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Ka-Zar - Giungla Urbana, recensione: Welcome to the jungle

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A metà degli anni ’90 Marvel Comics si trova a dover affrontare una grave crisi finanziaria che la porta ad un passo dalla bancarotta, risvolto impensabile all’inizio del decennio quando un boom delle vendite che aveva investito l’intero settore aveva fatto presagire l’arrivo di una nuova età dell’oro. Un incremento del giro di affari dovuto soprattutto all’esplosione della Image Comics, fondata dai transfughi Todd McFarlane, Jim Lee e Rob Liefeld che, con i loro vigilanti violenti e steroidati avevano imposto un nuovo standard nella produzione di fumetti di supereroi. Una moda che si sarebbe rivelata effimera come la crescita degli incassi degli editori, frutto di una bolla speculativa generata da una serie di artifici commerciali come l’introduzione in massa delle variant cover, più che da un reale aumento dei lettori (abbiamo parlato approfonditamente di questo periodo nello “Speciale Image” pt1, pt2). Lo “stile Image” imperava, tanto che la Marvel dovette dotare di look più aggressivi alcuni dei suoi personaggi classici che ormai arrancavano nelle preferenze dei lettori. Il culmine di questa tendenza venne raggiunto nel 1996, quando la Casa delle Idee affidò quattro dei suoi titoli storici alle cure di Jim Lee e Rob Liefeld nell’ambito dell’iniziativa Heroes Reborn, appaltando per la prima volta nella sua storia alcune sue collane a “studios” esterni. L’accoglienza del progetto fu controversa, tanto da spingere la Marvel a tornare su suoi passi dopo un solo anno. La sbandata per i supereroi ipertiroidei stava passando insieme agli ultimi anni del decennio, e in casa DC Mark Waid e Alex Ross avevano suonato la carica per il ritorno in pompa magna dell’eroismo classico con l’elegiaco Kingdom Come. Con un moto di orgoglio, la Marvel lanciò una nuova iniziativa, stavolta dal titolo Heroes Return, con la quale riportava a casa i quattro titoli sopracitati. Ad arricchire la proposta di questo "Ritorno degli Eroi" concorreva anche il lancio di serie nuove di zecca come i Thunderbolts di Kurt Busiek e Mark Bagley e il recupero di un personaggio secondario prelevato dal ricco listino dell’editore, un comprimario abituale promosso a titolare di una sua testata: Ka-Zar.

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Versione “made in Marvel” di Tarzan, Kevin Plunder era il figlio di un ricco esploratore, scopritore della Terra Selvaggia, luogo fuori dal tempo situato sotto l’Antartide, immerso in una natura rigogliosa e popolato da animali preistorici. Lord Plunder muore a seguito dell’imboscata di una tribù di nativi, lasciando da solo il figlio minore che ha portato con sé. Quando il suo destino sembra segnato, Kevin viene salvato da Zabù, l’ultima tigre dai denti a sciabola che lo alleva come un figlio, insegnandogli a sopravvivere in un ambiente ostile. Una volta cresciuto, e sempre col fido Zabù al suo fianco, Kevin guadagna la stima delle tribù locali assumendo il nome di Ka-Zar, il Signore della Terra Selvaggia. L’archetipo in salsa Marvel del tarzanide debutta in piena Silver Age in una storia degli X-Men firmata da Stan Lee e Jack Kirby, durante la prima trasferta dei Figli dell’Atomo nella Terra Selvaggia, per poi apparire, sempre come comprimario, tanto su Daredevil quanto su Amazing Spider-Man. L’opportunità di avventure soliste arriva con la collana Astonishing Tales, che pur presentando tavole di artisti di livello come Barry Windsor-Smith e John Buscema, non incontra il gradimento dei lettori. Sono queste le storie che lo fanno conoscere in Italia, sulle pagine dell’antologico Gli Albi dei Super-Eroi della Corno. Negli anni ’80 Ka-Zar è protagonista di una collana durata 34 numeri, Ka-Zar The Savage, inedita in Italia, che pur non raggiungendo il successo sperato diventa un cult di nicchia grazie al contributo di autori che negli anni successivi scriveranno pagine importanti del fumetto Marvel come Bruce Jones, Brent Anderson e Ron Frenz. Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 si perdono le tracce del personaggio. Poi nel 1997, il rilancio in grande stile operato da due autori di prima grandezza come Mark Waid e Andy Kubert. Un team stellare, composto da due cartoonist molto in auge all’epoca. Waid era reduce da un acclamato ciclo di Captain America in cui, in coppia con Ron Garney, aveva fornito un’interpretazione considerata da molti “definitiva” del personaggio. Kubert ad inizio decennio aveva sostituito sul bestseller X-Men la superstar Jim Lee, impegnato nella fondazione della Image Comics con gli altri suoi sodali, mantenendo inalterato il successo e la qualità della testata. E proprio l’apporto grafico di Kubert si rivelerà decisivo per la riuscita di una testata che farà di una spettacolare componente action la sua carta vincente.

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Waid, che non aveva grande familiarità col personaggio, ne intuisce le contraddizioni: un uomo diventato il reggente della terra fuori dal tempo che lo ospita, quasi per caso, ma che ricorda molto bene il suo paese di origine e la vita occidentale, piena di comodità, che ha abbandonato. La serie si apre così, col disagio di un Ka-Zar che non si sente più in armonia con il luogo che dovrebbe essere la sua casa, nel momento in cui la sua compagna Shanna gli ha dato un figlio, il piccolo Matthew. È proprio la novella paternità a scatenare in Kevin un senso d’inadeguatezza, esacerbandone il disagio. L’eroe indugia in una condizione di malinconia e rimpianto verso la sua vita precedente, rappresentata da gadget tecnologici accumulati in gran segreto, come un lettore cd portatile con cui ascolta, in piena giungla, l’ultimo album dei Pearl Jam. Uno stato d’animo che comincia a minare la relazione con Shanna, veterinaria ed avventuriera che si è lasciata alle spalle la sua vita precedente per vivere nella Terra Selvaggia con Kevin. I due dovranno mettere da parte le loro incomprensioni per fronteggiare le macchinazioni di Parnival Plunder, il fratello malvagio di Kevin che, smessi i panni del villain mascherato Saccheggiatore, torna nelle vesti di un non meno pericoloso magnate d’alta finanza stile Lex Luthor. A Ka-Zar non basterà chiudere i conti una volte per tutte col disgraziato fratello minore, perché quest’ultimo si rivelerà essere una semplice pedina del vero villain della saga, una delle più grandi minacce dell’universo Marvel di cui non sveliamo l’identità per non rovinare la lettura a coloro che si potrebbero avvicinare per la prima volta a queste storie. L’idea di mettere in scena un confronto sulla carta impari tra il meno potente degli eroi Marvel e un avversario completamente al di fuori delle sue possibilità e renderlo credibile fu un’altra grande trovata di Waid.

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Lo scrittore di Flash e Captain America imbastisce un avvincente fumetto di avventura, fornendo un’ottima caratterizzazione del duo di protagonisti e delle loro dinamiche di coppia, condito da un’azzeccata riflessione sul rapporto tra uomo e tecnologia, in una fase storica in cui il mondo analogico stava lasciando il passo a quello digitale, cambiamento epocale rappresentato dall’ingresso di internet in tutte le case del mondo civilizzato. Una combinazione vincente di romanticismo e azione, resa graficamente della matita potente di Andy Kubert. Il figlio del grande Joe si scatena rappresentando una Terra Selvaggia spettacolare in splash-page di grande respiro, popolandole di animali preistorici che non avrebbero sfigurato in Jurassic Park, il grande successo cinematografico di quegli anni il cui sequel, Il Mondo Perduto, esce contemporaneamente a questo ciclo di storie di Ka-Zar. Se il fumetto è un medium che parla essenzialmente per immagini e per la qualità dell’artista che le realizza, le pagine illustrate da Kubert lo dimostrano appieno: il penciler mette in scena il racconto concepito da Waid con una perizia scenografica e una rappresentazione plastica dei corpi straordinarie, ispirata tanto dalla tradizione facente capo all’illustre padre e a John Buscema quanto alla spettacolare muscolarità incarnata dal contemporaneo Jim Lee. Una dimostrazione di potenza che esplode da ogni pagina realizzata dall’artista, compresi i character design di Ka-Zar, attualizzato e reso più moderno rispetto al prototipo del tarzanide originale, e della sensuale moglie Shanna, che qui si affranca dal ruolo di comprimario per diventare una protagonista a tutti gli effetti. Una qualità grafica che purtroppo scende di parecchi punti negli episodi realizzati da disegnatori ospiti come Aaron Lopresti, Louis Small e Walter McDaniel, onesti faticatori del tavolo disegni chiamati a dar respiro a Kubert. Una menzione d’onore la merita invece lo scomparso Pino Rinaldi, artista pugliese che fu tra i primi disegnatori italiani a collaborare con la casa delle Idee.

Panini Comics presenta l’intero ciclo del Ka-Zar di Waid e Kubert in un elegante volume cartonato, giocandosi la carta del formato oversize per esaltare le spettacolari tavole realizzate dal disegnatore. Occasione da non perdere per leggere e rileggere una delle saghe più interessanti della Marvel di fine anni ’90, prima dei grandi cambiamenti operati dalla gestione di Bill Jemas e Joe Quesada all’alba del nuovo millennio.

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Rocketeer - Il carico maledetto, recensione: Mark Waid e Chris Samnee raccolgono l'eredità di Dave Stevens

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Non sono in molti a conoscere la singolare storia editoriale di Rocketeer, eppure stiamo parlando di un personaggio, che all’inizio degli anni Ottanta, quando il circuito delle fumetterie cominciò a consolidarsi su tutto il territorio statunitense, determinando la nascita di diverse piccole case editrici, slegate da Marvel e DC, divenne uno dei più grandi successi del fumetto indipendente americano. Fu, infatti, la Pacific Comics a pubblicare nel 1982, in appendice a due numeri dello Starslayer di Mike Grell, le brevi storie di Rocketeer. Il personaggio era stato ideato, quasi per hobby, da Dave Stevens, un talentuoso disegnatore che si era fatto le ossa come inchiostratore del grande Russ Manning sulle strisce di Tarzan e come realizzatore di storyboard per cinema e televisione, ed era un omaggio a vari eroi delle matinée domenicali americane degli anni Cinquanta.

Stevens, il cui tratto morbido e parzialmente caricaturale mostrava chiare influenze frazettiane (ma erano piuttosto evidenti anche somiglianze con i lavori di Will Eisner e Lou Fine), per rendere ancora più esplicita la sua passione per quelle trame semplici e avvincenti, decise di dare alle storie una marcata impostazione da serial pulp degli anni Trenta. Protagonista della vicenda era il pilota acrobatico Cliff Secord che, a pochi mesi dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, trova - nascosto nel suo hangar - un misterioso jet pack. Per diventare famoso e per impressionare la sua fidanzata Betty, decide di usare quel marchingegno per volare senza aeroplano, in un nuovo numero del suo spettacolo. Ben presto, però, Cliff scopre di essere finito in un intrigo che coinvolge spie naziste e magnati americani sotto mentite spoglie.

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Sebbene del Rocketeer di Stevens non esistano che una manciata di storie, i suoi bellissimi disegni, uniti a una narrazione appassionante che fondeva, sapientemente, comicità e avventura (oltre a una buona dose di malizioso voyeurismo), resero il personaggio così popolare, da convincere la Disney a trarne addirittura un lungometraggio. Il film, non così facile da reperire in Italia, se non in un’edizione estera, arrivò nei cinema nel 1991 e fu un clamoroso flop commerciale, ma, uscito a soli due anni di distanza dal Batman di Tim Burton, è da considerare uno dei primi esempi di cinecomic dell’era contemporanea. Invece di dedicarsi a tempo pieno alla sua creatura, Stevens preferì impiegare le sue notevoli capacità nella più remunerativa attività di illustratore. Sfortunatamente, però, la vita aveva in serbo per lui un tragico epilogo: ammalatosi improvvisamente di una rara forma di leucemia, il disegnatore morirà nel 2008, a soli 52 anni. Appena un anno dopo, tuttavia, la IDW Publishing (una casa editrice nota soprattutto per i suoi fumetti su licenza, come Star Trek o Transformers, ma anche per le sue riedizioni di grandi classici delle strisce sindacate) decise di riportare in auge il personaggio che lo aveva reso famoso, cominciando con il ristampare le sue, ormai classiche, storie, per poi proseguire con la pubblicazione di nuove avventure, affidate a diversi talenti del fumetto americano contemporaneo. Il carico maledetto (Cargo of Doom in originale), opera di Mark Waid e Chris Samnee, è la prima miniserie con una trama a lungo respiro dedicata a Rocketeer, prodotta dalla IDW.

Uscita negli USA nel 2013, e valsa a Samnee un Eisner Award (un riconoscimento ottenuto anche grazie al suo lavoro - sempre in coppia con Waid - per un celebrato ciclo di Daredevil, pubblicato nello stesso periodo), arriva, ora, in Italia per Saldapress (in un’edizione, al solito, elegantissima), che da qualche anno ha iniziato a riproporre nel nostro paese le avventure del personaggio di Stevens (prima dell’editore emiliano, Rocketeer era stato pubblicato dalla Comic Art di Rinaldo Traini).
La storia narrata da Waid e Samnee parte nel 1940, cioè due anni dopo il periodo in cui erano ambientate quelle originali, e Cliff Secord gestisce ancora, assieme al vecchio Peevy, una piccola azienda di aviazione civile a Los Angeles. Mentre i due devono vedersela con gli ispettori del governo, una nave attracca al porto della città, portando con sé un pericoloso carico proveniente dalla misteriosa Skull Island (sì, proprio quella Skull Island!). Ma, indossato, di nuovo, l’elmo di Rocketeer, Cliff dovrà vedersela pure con nuovi avversari, desiderosi di impossessarsi del suo prezioso jet pack.

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Così come il suo predecessore, e per continuità di stile, anche Waid decide di ricorrere a tutti i trucchi tipici della letteratura pulp, senza rinunciare, però, agli elementi caratteristici della sua scrittura: la trama è veloce e leggera, i buoni, con quel misto di ingenuità, incoscienza e buoni sentimenti, e i cattivi, contraddistinti da una malvagità fredda e calcolatrice, sembrano proprio usciti da uno di quei popolari romanzi o da uno di quei seguitissimi show radiofonici, che appassionavano i giovani americani durante gli anni del New Deal. Ecco quindi che, come da copione, a riempire la vicenda arrivano scorribande tra i cieli (inevitabili, viste le abilità del protagonista), mostri tra le strade della città, cliffhanger continui, nemici nell’ombra e, naturalmente, qualche scaramuccia amorosa tra i protagonisti. Waid, inoltre, non si lascia scappare l’occasione per piazzare anche qualche omaggio ad alcune icone dell’immaginario popolare del periodo (su tutte, come già accennato, quella evidentissima a King Kong) o di ripescare alcuni personaggi minori delle storie di Stevens (per esempio, la spia nazista Werner Guptmann), due scelte narrative utili ad accrescere ancora di più l’effetto nostalgia per l’eroe volante o per l’epoca delle sue avventure. Peccato solo che lo scrittore americano cerchi di mantenere alta l’attenzione del lettore, mettendo troppa carne al fuoco, con la conseguenza di rendere alcuni passaggi troppo rapidi e confusi, e di rappresentare qualche protagonista della storia in maniera un po’ superficiale.

Per quanto riguarda Samnee, invece, i suoi bellissimi disegni, caratterizzati da un tratto pulito e lineare, ma capaci di infondere nei personaggi un’ampia gamma espressiva, si sposano alla perfezione ai testi di Waid (come già era capitato con le storie di Daredevil e di Capitan America), contribuendo anche a ricreare quell’atmosfera retro di inizio anni Quaranta, che era sicuramente nelle intenzioni dello sceneggiatore. Bisogna dire, però, che lo stile di Samnee differisce molto da quello di Stevens, il che potrebbe far storcere il naso a qualche ammiratore dell’autore californiano. I dinosauri che appaiono nella trama, per esempio, sono troppo pupazzeschi e mal si conciliano con l’estremo realismo con cui il creatore di Rocketeer era solito rappresentare persone o animali. Questa differenza si nota ancora di più con Betty, la fidanzata di Cliff: modellata da Stevens sulle generose forme della nota pin-up degli anni Cinquanta Bettie Page (di cui il disegnatore era ammiratore e amico), nelle prime storie di Rocketeer, la dolce metà del protagonista appare come un’avvenente giovane donna in cerca di fortuna a Hollywood, spesso ritratta senza veli, in pose ammiccanti e sensuali. La Betty di Samnee, invece, è esattamente l’opposto e non ci sorprenderebbe scoprire che Waid abbia deciso di introdurre nella trama la giovane Sally (un personaggio sicuramente più nelle corde del disegnatore originario di St. Louis) proprio perché consapevole del limite del suo partner. D’altra parte, però, le qualità di Samnee vanno ricercate altrove, e non sarebbe giusto aspettarsi da lui un completo snaturamento del suo stile, solo per onorare il suo predecessore.

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Pur con i piccoli difetti che abbiamo descritto, la lettura di questo nuovo inizio editoriale di Rocketeer è più che piacevole: non possiamo, certo, metterlo allo stesso livello di altri lavori della coppia Waid/Samnee, ma è sicuramente un buon rilancio per il personaggio, in attesa di vedere se i prossimi volumi, che Saldapress ha già messo in cantiere per il 2020, confermeranno il nostro giudizio.

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Empyre: Mark Waid rilancia lo Squadrone Supremo

  • Pubblicato in News

Lo Squadrone Supremo, tornato recentemente, avrà una miniserie di due numeri nell'ambito dell'evento estivo della Marvel Empyre.

Questa nuova incarnazione della squadra, intitolata Squadron Supreme of America, è ora la prima forza di supereroi finanziata dal governo degli Stati Uniti. Il gruppo è composto da Hyperion, Power Princess, Dr. Spectrum, Blur e Nighthawk - con quest'ultimo a capo della squadra. Lavoreranno a stretto contatto con Phil Coulson per il governo. Questa nuova versione del team è stata recentemente introdotta nella run degli Avengers di Jason Aaron e Ed McGuinness.

Empyre: Squadron Supreme #1 debutterà a maggio e sarà scritto da Mark Waid e disegnato da Dio Neves. Le cover saranno ad opera di Paco Medina.

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Avengers: Senza Ritorno 1/6, recensione: il prosieguo di Senza Tregua

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L'anno scorso, il trio di sceneggiatori composto da Al Ewing, Jim Zub e Mark Waid ha sfruttato il rilancio editoriale del Marvel Legacy congegnato dall'ormai ex Editor-in-Chief della Casa delle Idee Axel Alonso per proporre una saga "blockbuster" chiamata Avengers: Senza Tregua, che è servita da trampolino di lancio non solo per due miniserie spin-off incentrate su Quicksilver (di Saladin Ahmed ed Eric Nguyen) e sull'Ordine Nero (di Derek Landy e Philip Tan), ma anche per una sorta di sequel spirituale intitolato Avengers: No Road Home, da noi adattato come Avengers: Senza Ritorno. Quest'ultima saga, pubblicata sotto le insegne di Panini Comics da luglio a settembre sulle pagine di sei spillati quindicinali disponibili sia per le edicole che per le fumetterie, vede all'opera gli stessi autori che ci hanno precedentemente presentato i fatti di Senza Tregua, ossia i già citati Ewing, Zub e Waid e l'artista Paco Medina, stavolta spalleggiato nel comparto grafico anche dal talentuoso Sean Izaakse, che ben presto vedremo all'opera sui Fantastici Quattro di Dan Slott.

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Il racconto in oggetto della nostra recensione non verte su un pericoloso gioco di proporzioni cosmiche con in ballo il destino della Terra come visto nel precedente Senza Tregua, di cui vengono peraltro ripresi alcuni fili lasciati in sospeso, ma decide invece di contrapporre i protagonisti a minacce inedite che affondano le loro radici nella mitologia greca. Stiamo parlando della Regina della Notte Nyx e delle sue quattro letali progenie, vale a dire il Dio del Sonno Hypnos, i gemelli Apate e Dolos, che rappresentano rispettivamente la frode e l'inganno, e Oizys, un'incarnazione di puro odio e sofferenza. L'obiettivo primario di questi antagonisti consiste nel ripristinare quell'Universo oscuro e silenzioso che imperava ancor prima che insorgessero le fulgide divinità dell'Olimpo e, per riuscirci, necessitano di ricomporre l'anima perduta di Nyx che è stata suddivisa da Zeus in tre frammenti d'ebano, che in qualche modo fungono da MacGuffin per l'intera esposizione. A doverli recuperare in questa specie di "caccia al tesoro" troveremo ovviamente anche un insolito manipolo di Avengers selezionato da Va Nee Gast - ovvero la figlia teleporta del Gran Maestro altrimenti nota come Voyager - una supereroina cruciale che ha esordito come fondatrice fittizia dei Vendicatori proprio in Senza Tregua.

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Protagonisti di questa vicenda sono membri iconici del team quali Occhio di Falco, Scarlet Witch, Visione, Ercole, Spectrum e Hulk, ma anche nuovi arrivati come l'ex componente dei Guardiani della Galassia Rocket Raccoon e, a gran sorpresa, Conan il Barbaro. Proveniente con furore dall'Era Hyboriana, il Cimmero uscito dalla penna di Robert E. Howard nel 1932 viene qui inserito a tutti gli effetti nell'estesissimo contesto dell'Universo Marvel e ha pure modo di confrontarsi più e più volte con differenti supereroi della suddetta casa editrice newyorkese. La sua inclusione nel racconto, pur risultando effettivamente un po' forzata, ha il pregio di fortificare maggiormente la componente fantasy dell'opera e fornire ai fan del personaggio un motivo più che valido per acquistarla. Oltretutto, le diverse peripezie che gli Avengers affrontano nel corso di No Road Home spingono gli scrittori a scavare a fondo nella continuity della Casa delle Idee e a riutilizzare creazioni che arricchiscono ulteriormente l'affresco da loro narratoci. Si tratta quindi di un fumetto ben orchestrato e farcito di rilevanti colpi di scena che, pur essendo perfettamente leggibile a sé - anche grazie alle note redatte dall'editor Aurelio Pasini e a gustosi contenuti extra - riuscirebbe a farsi godere appieno soprattutto se si dispone già dalla partenza di una buona infarinatura generale del mondo Marvel.

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La differenza sostanziale tra Senza Tregua e Senza Ritorno è di certo il numero di protagonisti messo in scena dai loro tre autori: se la prima delle due storie operava con un insieme di individui quasi impossibile da gestire, la seconda ha fortunatamente avuto modo di concentrarsi su un cast corale molto più ridotto e ben sfaccettato. Eppure, la struttura generale degli episodi è la stessa adottata per entrambe le saghe, dato che tutti gli albi tentano a poco a poco di approfondire i pensieri e i punti di vista di quanti più personaggi possibili, mettendo così in evidenza la voglia di riscatto di Ercole, l'ambiguità dell'Immortale Hulk, l'inadeguatezza di Occhio di Falco nel ritrovarsi faccia a faccia con divinità ultraterrene e, soprattutto, il dramma dell'essere umano condiviso da Visione e Spectrum: il sintezoide creato da Ultron dà significato alla sua esistenza "umana" attraverso i gravi danneggiamenti che lentamente lo condurranno alla morte, mentre l'alter ego di Monica Rambeau si ritrova alle prese con la convinzione di non essere più una persona comune ma con la possibilità di dover vivere in eterno a causa delle sue sempre più crescenti abilità superumane. Il tutto conduce poi a una conclusione metafumettistica che riesce a emozionare i grandi fan della Marvel, celebrando gli otto decenni compiuti esattamente quest'anno dall'editore. Proprio in questa sequenza finale, Izaakse riesce a dare il meglio di sé e a disegnare svariate versioni di popolari personaggi provenienti da ogni era. L'artista alterna tavole dalla struttura accademica ad altre ben più originali e ricercate e si fa notare per un grande estro e una notevole classicità, accentuata da un tratto morbido che definisce perfettamente le fattezze e le anatomie dei protagonisti.

Per ciò che concerne Paco Medina, il disegnatore si mantiene fedele alla propria riconoscibile impronta stilistica e, attraverso sinuosità di forme e ottime coreografie di scene movimentate, riesce a far apparire valente la propria prova al tavolo da disegno. Degne di nota sono anche le scene illustrate dal messicano Carlo Barberi per l'ottavo numero di No Road Home, dove - sebbene ricopra un ruolo da fill-inner - è comunque in grado di non spezzare la continuità artistica dell'intera storia e di trainare il lettore con uno storytelling piacevolmente scorrevole.

Insomma, Avengers: Senza Ritorno si dimostra un seguito più che valido di Avengers: Senza Tregua e ci consegna una trama complessiva che vanta perfino il pregio di aver rilanciato in grande un personaggio che soltanto negli ultimi anni è riuscito a tornare in carreggiata, Ercole, aprendo le porte a numerose storyline che verranno senz'altro trattate in futuro.

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